sabato 28 aprile 2018

Frammenti di storie - Città Bunker - Cap. 1




Buona sera, 
Questa di stasera è una parte del primo capitolo di "Città Bunker", il distopico che ho iniziato a scrivere durante il Nanowrimo del 2016. 
Spero il frammento vi incuriosisca.
Buona lettura,
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ho deciso di condividere con voi, di tanto in tanto, qualche frammento di uno dei miei due romanzi in fieri.

Come ho accennato in un altro articolo, quell'anno ho perso miseramente il Nano e il romanzo non è mai stato terminato. In questo periodo ho pensato di rimetterci mano e quindi eccomi qui.
Si tratta di una prima bozza di romanzo, perciò il testo non è ancora stato sottoposto a editing. Vi prego quindi di leggerlo per quello che è, un frammento di un romanzo ancora in divenire.


Giuliana

Titolo: Città Bunker (Provvisorio)
Genere: Fantascienza/ Distopico
Capitolo 1
Danae

Anche stanotte a svegliarmi è il rumore metallico. Sembra qualcosa di affilato che graffia una delle spesse mura d'acciaio. Si ripete da giorni, sempre di notte. Ne ho parlato anche con i miei. Mio padre è convinto sia la ventola dell'ossigeno del corridoio a ovest, vicino la mia stanza. L'idea di mia madre è ben più elaborata: sono i topi che scavano contro i portelloni che separano l’ex sezione 'A' dalla nostra. Nessuna delle due teorie mi persuade. 

Dopo aver invano cercato di riprendere sonno, decido di alzarmi. Indosso le pantofole di stoffa antracite, dello stesso colore del pigiama, e mi dirigo verso la finestra. Sposto la tendina decorativa e guardo fuori. Non che ci sia qualcosa da vedere, solo che il gesto mi rilassa. L'idea della vita che si cela all'esterno mi fa sentire un po' meno sola, nei momenti in cui la mia prigione di ferro mi sta troppo stretta. A una decina di metri, forse meno, c'è qualcosa di luminoso. Un pesce. Forse una medusa o il Melanocetus Johnsonii; 'Diavolo Nero', come lo chiama mia madre. Lo nominava per spaventarci quando da piccoli io e Ares facevamo i capricci.

 Ares, mio fratello.

 Il solo pensiero mi fa attorcigliare lo stomaco. Non so dire se perché non lo vedo da anni o se perché invece tra poco lo rivedrò.

Rimetto a posto la tenda ruvida ed esco dalla stanza. Una luce a neon in fondo al corridoio grigio e asettico lampeggia. Sfioro la parete fredda e continuo a camminare. Sorpasso la stanza adibita alla cucina. È chiusa a chiave, come sempre. Nonostante la nostra comunità sia abbastanza ristretta, la sicurezza non è mai troppa in tempi come questi. Nessuno tranne la cuoca ha il permesso di avvicinarsi alle provviste. Io infatti non so nemmeno come sia fatta, una cucina. Spesso, quando ho fame, immagino ci siano ripiani e ripiani di torte, stufati e bistecche. Razionalmente so che questi cibi non esistono più, però pensarlo è piacevole. La descrizione di prelibatezze del genere è uno dei motivi per i quali il dibattito sull'eliminazione dei libri è ancora aperto. Alcuni credono sia un’inutile atrocità e un segno di regresso, per me invece sarebbe un peccato perdere la conoscenza di ciò che eravamo prima. Mi sforzo di virare i miei pensieri dal cibo al rumore metallico, quando sento lo stomaco brontolare. Il coprifuoco entro le nove è incoraggiato proprio perchè dopo qualche ora dalla cena la fame riprende a farsi sentire, se non si è a letto. Sorpasso anche la biblioteca, il mio posto preferito, nonché quello dove ho passato fino adesso la maggior parte del tempo libero, visto che non ho ancora un lavoro. Il patrimonio che possediamo è parecchio limitato, ma non sono comunque riuscita a leggere tutti i libri. Una volta che sarò socialmente impegnata mi sarà molto difficile farlo, penso scacciando la fitta dolorosa che cerca di farsi breccia. Senza accorgermene mi sono mossa verso il corridoio a est. E adesso sono sotto la ventola dell'ossigeno. Tendo le orecchie, niente. Proseguo verso il portellone di contenimento, anche se il rumore è cessato. Tante volte ho domandato ai miei come fosse dall'altra parte. Siamo rimasti segregati in questa sezione da quando avevo tre anni, quindi ero troppo piccola per ricordarlo. Per la stessa politica di "inutile atrocità e segno di regresso" mi è stato detto ben poco. La nostra parte era quella una volta adibita ai magazzini, quindi del tutto costituita da corridoi e camerate. Arrivo davanti al portellone e lo osservo. È alto almeno tre metri e largo altrettanto. Anche questa volta aspetto il rumore metallico. Niente. Percepisco solo il  rombo nelle orecchie per il troppo silenzio. Poi qualcosa dietro di me mi fa sobbalzare. Nessun rumore metallico, soltanto mia madre.

«Danae?» le braccia incrociate sui fianchi le stropicciano la camicia da notte grigia lunga fino al polpaccio.

«Non riuscivo a dormire!» sbotto sulla difensiva. Mi sento una stupida a essere stata scoperta a vagare per la sezione a quest'ora. Non che ci siano provvedimenti per la violazione del coprifuoco, solo che venire meno alle norme non è buon costume.

«Faresti bene a dormire, il coprifuoco è scattato da un pezzo!» mi ammonisce, per niente severa. Annuisco sforzandomi di sorridere. Quando sparisce oltre uno dei bracci del corridoio, riprendo la mia perlustrazione. 



Che è mattino lo capisco dalla radio-sveglia sul comodino, non certo dalla diversa luce che penetra dalle finestre. A questa profondità la differenza è minima, se non del tutto inesistente. Alla mancanza della luce solare dobbiamo la nostra carnagione pallidissima e le modifiche che generazione dopo generazione si vanno verificando nei nostri corpi. Ormai da parecchie decine di anni i bambini nascono con occhi e capelli chiarissimi, quasi bianchi. L'immunologo della nostra città-bunker, prima della seconda epidemia di Mephista, giudicò la cosa come un ottimo segno.

«I nostri organismi si stanno adattando allo stile di vita subacqueo. Ci stiamo evolvendo. Le malattie che hanno piegato i nostri antenati non ci colpiranno più.» disse alla riunione che si tenne quell'anno. E invece qualche mese dopo la malattia tornò.

Mia madre interrompe i miei pensieri fiondandosi nella stanza. Si lamenta del mio poltrire e poggia il vassoio con la colazione sul letto. Latte artificiale. Bleah! 

«Devi immettere calcio nel tuo corpo. Bevilo.» mi intima mamma, notando la smorfia di disgusto. Non sono d'accordo ad assumere qualcosa che detesto solo per il compito che nonostante non lo abbia richiesto pesa sulle mie spalle: ripopolare la città.

«Non hai idea di quanto sia sfiancante una gravidanza, Danae. Io lo so, doppiamente!» Sospiro e ingollo un sorso del liquido biancastro. Avrei giurato che mettesse in ballo la sua gravidanza. È una vita che non fa altro che rinfacciarmi quanto l'abbia fatta soffrire in quei nove mesi.

«Sono una figlia orribile, lo so» pronuncio sarcastica e mi preparo a un'altra sorsata. «Mi racconti di nuovo come successe?» le domando. Da piccola glielo chiedevo spessissimo, ma ormai sono anni che non lo faccio. 

«Quante volte te lo devo dire? Bisogna guardare al futuro, mai al passato. Credevo lo avessi imparato, ormai.» Sospira e capisco che sta per rispondere. «L’epidemia tornò e colpì la maggior parte della popolazione. Per salvarci dal contagio fummo costretti a segregarci da questo lato della città bunker. Nell’altra sezione non rimasero che cadaveri devastati dalla malattia e corpi morenti. Dopo qualche giorno non sentimmo più le loro voci. Non era rimasto più nessuno.»

«Li abbiamo abbandonati in fin di vita. La nostra stessa gente.» Un brivido mi corre lungo la schiena e mi fa rizzare i peli. È la storia che ho sentito mille volte, adesso però mi suscita emozioni che prima non c’erano. Era quasi una favoletta da piccola, ora è come se quelle sagome di gomma, che immaginavo stese per le strade, avessero preso coscienza. O forse sono solo io ad aver preso coscienza.

«Abbiamo dovuto guardare al futuro della razza umana e dimenticare il passato. Non avevamo scelta.» Sembra dispiaciuta mentre lo dice. Non sono certa che lo sia davvero. «Danae, siamo tenuti a fare dei sacrifici per il bene comune, a volte.» Adesso non parla più della sezione A, si riferisce a me e a quello che sto per fare per il bene della comunità. È del mio sacrificio che sta parlando. Cerco di deglutire il sasso che all’improvviso mi è cresciuto in gola. Era un sassolino minuscolo un secondo fa e adesso è così grande che faccio fatica a respirare. Annaspo alla ricerca d’aria. Tutti hanno fatto dei sacrifici, perché per me è così difficile sopportare questo?

Mia zia ci raggiunge pochi minuti dopo. È lei che si occupa dei vestiti e di tutto ciò che concerne i tessuti. Per questioni di comodità indossiamo da sempre divise marroni. Per fortuna i magazzini con gli abiti si trovavano da questa parte, quando quindici anni fa siamo rimasti segregati nella sezione B. La vanità è inutile in una comunità così ristretta, quindi risparmiamo le stoffe colorate per gli eventi davvero importanti. E per me tra poco giungerà uno dei momenti più memorabili della mia vita. Più tardi dovrò incontrare il mio futuro sposo. Proprio per questa ragione mia zia mi prova stoffe addosso da quasi un'ora. Sono sudata e mi fanno male i piedi. Mi sposto una ciocca di capelli dal viso e sbuffo.

«Stai ferma tesoro, ti prego.» dice la zia, reggendo tre spilli con le labbra. «Trattieni il respiro ancora un attimo» aggiunge poi, pungendomi la schiena per sbaglio. 

«Oh, mio dio» esclama mia madre, saltando dal letto come se fosse stata lei quella a essere punta. Mia zia si sposta un poco per permetterle di vedere meglio. Mi scosto di nuovo il ciuffo biondissimo che mi è ricaduto sul viso e guardo in basso. La stoffa è di un materiale leggerissimo e setoso, della più chiara tonalità di azzurro che abbia mai visto. Due fasce spesse scivolano sul seno e si incrociano abbracciandomi i fianchi. La parte posteriore della gonna è più lunga di quella anteriore che forma una 'v' rovesciata. Alle spalle pendono come ali due ampi lembi di stoffa, che ricadono morbidi creando uno strascico. 

Mi sposto verso lo specchio e wow... sto davvero bene.

«Sei uno schianto! Ares impazzirà non appena ti vedrà» sbotta la zia, mentre riordina la scatola del cucito. Una morsa mi avvinghia il petto, mozzandomi il respiro. Ok, tra poche ore lo rivedrò, ma non c'è bisogno di essere così nervosa, mi dico nascondendo le mani tremanti dietro la schiena. Dopotutto si tratta di mio fratello, non di un estraneo.



Sono conscia dei sacrifici che i miei genitori hanno fatto per far sì che la nostra unione in matrimonio ci sembri il meno strana possibile. Hanno rinunciato al loro primogenito e lo hanno affidato a mia zia, affinché lo crescesse nella parte opposta di questa sezione. Però non cambia il fatto che condividiamo lo stesso sangue e in parte lo stesso DNA. E anche se gli antichi egizi ritenevano di poco conto le unioni tra consanguinei, io non riesco a vederla in questa prospettiva. Vorrei solo avere la possibilità di scegliere chi avere al mio fianco, proprio come l'hanno avuta i miei genitori.



Frammenti di storie - Città Bunker - Cap. 1

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